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July 10 Senza dolore... Volle aspettare che il covone d'afa dissipasse nella frescura della sera, allora scostò tra gli steli di canapa che respiravano a mò di persiana una feritoia per osservare le tenebre ingoiare l'azzolo rossastro del cielo. In una manciata di minuti la luna crescente falciò i cirri e coi suoi occhi naso e bocca prese a fissarlo impallidita. Lui non si sentiva in colpa per quel freddore che da ventitrè anni gli navigava il cuore, così come la prora della nave lacera la pelle del mare quando in corsa scivola verso l'oblio dell'orizzonte e subito l'onda torna a ricomporsi come se nulla fosse stato. Una poltrona l'avvolse sulla veranda ispida di stelle scolorite incerte per il rossore che stentava a tramontare, e si mise a contare le ombre delle antenne che svettavano dagli edifici notturni. Il profilo urbano s'incastonava nella notte senza interferire più d'una prateria di collina, solitaria, un relitto di case acciottolate l'una sull'altra sbuffava le prime luci artificiali. La sua stessa mano gli faceva da guanciale rannicchiato sulla poltrona e respirò traendo le narici in uno sbadiglio. Non una emozione, da ventitrè anni aveva incatenato il suo cuore ed i nervi in un incanto gelido, votato all'apatia, all'insenso. Il biancore lunare lo trapassava da parte a parte, chè fosse un corpo svuotato traslucido di sentimento. Simile ad un involucro d'uomo, accartocciato sulla poltrona lasciava il naso all'in su, ad abbracciare la notte senza gioia, senza dolore. Da quando lei era andata via, ventitre anni fa, la depressione aveva scavato nel suo animo fin troppo calcareo una cavea, nel cui avello la passione era stagnata senza remissione. Adesso, simile ad un automa, attendeva la fine dei suoi giorni ed il sospetto che la sua anima potesse rinvigorire non lo sfiorava nemmeno. Il compimento di un'opera sgorbiata, una sola mano, un solo occhio, freddo come il marmo venato d'azzurro, incapace di comunicare, ritraeva i piedi mozzati sulla poltrona, mozzati nel sentimento, inutili al loro scopo di muoversi. Mutilato nell'anima, non aveva più rivendicato l'altra metà del suo corpo, quella che era andata via senza dargli neppure una spiegazione interessante, quel giorno di ventitrè anni fa. Da allora aveva smesso di emozionarsi, tuttavia ogni sera provava a rimuginare il tramonto dalle persiane di canapa, sperando forse che quel dipinto della natura potesse tracimare in una lacrima. Ma nulla, mai un cedimento del ciglio, nè un tremore delle labbra ormai rugate dalla solitudine in tutti quegli anni. Nemmeno quando il rossore macchiava la luna che aveva pietà il suo sentimento, irrigidito ancor più dagli anni. Aveva imparato a sorridere senza sorridere, per la gente d'intorno, a commuoversi senza commuoversi, ad accalorarsi di festa per il giorno di Capodanno anche se nelle vene il gelo gli s'impadroniva. Non provava niente per alcuno, ma nessuno se ne era mai accorto. Se ne indispettiva solo la luna lontana dai suoi occhi pallidi, che stavano a rimproverargli ogni sera quella sua ostinazione, il suo rifiuto alla seduzione. Una vita intera senza emozioni non ha merito di essere, la luna gli rimproverava, falciando i cirri che gli si frapponevano inqueti. Per inedia d'essere il tempo era trascorso comunque, tramonto dopo tramonto, una luna dopo l'altra, sulla terrazzina solitaria, nella lontana speranza d'un sussulto del cuore alla vista di quel panorama misterico. Che spezzasse l'incanto. Eppure nemmeno una rugiada dagli occhi quando, rannicchiato sulla poltrona in un groviglio d'indumenti, il suo cuore impietrito si spense infine...senza gioia nè dolore. (A.P.) |
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